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mercoledì, 22 febbraio 2012 ore 13:00
Bambini in una valle di giganti: chi era Foster Wallace
L'autore che più di tutti ha dato una direzione alla nuova generazione americana di narratori, avrebbe in questi giorni compiuto cinquant'anni
David Foster Wallace
di Stefania D'amore

"Nel corso della sua carriera Wallace è andato alla ricerca di una sensibilità umana sulla pagina, un progetto che più che avere a che fare con gli arcani stilistici intellettuali mira a superarli e a scrivere di logiche sociali che non dipendono da forme o da allenamento": ecco chi era, per il giornalista Nathan Eller, lo scrittore David Foster Wallace. Una penna che può solo evocare lo smarrimento del migliore e del peggiore dei sentimenti nel lettore, strattonarne il cuore ed "allenarne i muscoli interiori alle difficoltà della vita", citando lo stesso autore. 

Se la vita dello scrittore non avesse deciso di spezzarsi per sempre il 12 settembre 2008, Wallace avrebbe festeggiato cinquant'anni. E suona melanconicamente profetico uno dei suoi racconti più cari ai lettori, "La morte non è la fine".  

Non particolarmente amato dalla critica più grande, e più accademica diciamolo, come nel caso di Harold Bloom, eppure definito dal New York Times un "Émile Zola post-millennio", David Foster Wallace è stato per molto tempo un ragazzo (forse) felicemente ossessionato dalle passioni: l'entusiasmo per le persone, il cinema, la musica, il tennis e soprattutto, per la matematica ed il concetto d'infinito. Ossessioni che, probabilmente, nella loro insaziabilità hanno creato dei vuoti o al contrario, ne erano dei palliativi non all'altezza.

La verità secondo lo scrittore comunque, era nella consapevolezza dei piccoli dettagli che (s)vestono ogni giornata, come suggerito dal discorso per la cerimonia delle lauree tenuto il 21 maggio del 2005 al Kenyon College: "La consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordarcene. Farlo è una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia... adesso".

Un viaggio quello di Wallace sempre scandito dalla metrica della lettura, fedele compagna d'avventura. I suoi libri preferiti? The Screwtape Letters di C.S. Lewis e The Stand di Stephen King, solo per citarne alcuni. Così come nella vita, anche nel gusto per i libri sempre perfettamente contraddittorio, tra il mondo dei classici ed il non deliziosamente convenzionale (horror e science fiction, ad esempio).

Noto ai più per Infinite Jest, romanzo capolavoro dello scrittore, basato sulle difficoltà nei rapporti interpersonali, l'uso delle droghe, il ruolo del mondo dello spettacolo, dei media e dell'intrattenimento, la melliflua competizione sociale, raccontata attraverso il tennis: pagine di complessa lettura e dall'agrodolce sapore profetico.

Tra la scienza e la letteratura, nella fisica e nell'architettura, oltre lo studio della poesia e della tragedia greca Wallace ha recuperato meglio di chiunque altro, l'idea di schopenhaueriana memoria dello strumento della cultura, come unico mezzo di raggiungimento della più completa weltanschauung (visione del mondo). Diversi saperi affinchè avvenga il superamento della "modalità predefinita", mentre il mondo del lavoro corre in direzione contraria destrutturando lo sguardo d'insieme di ognuno e favorendo la sempre maggiore specializzazione.

E se privati della visione d'insieme, è come essere bambini in una valle di giganti. Senza alcun riparo, derubati del dono più bello: crescere.

Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate

 

Parole chiave: david foster wallace, scrittura, libro, gratis, infinite jest, harold bloom

 

   

 






 

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