Dopo Leggo la free-press di Rcs viene sacrificata all'altare del vecchio giornalismo
di Antonio Scotti
Bari - Sta per chiudere il sesto giornale più letto in Italia: il free press City. La notizia è giunta nelle scorse ore dal comitato di redazione. Fra poco meno di un mese a Bari rischia di capitolare la seconda esperienza di free press “autentico” che la città aveva a sua disposizione, dopo quella di Leggo. La serrata coinvolgerà tutte le redazioni italiane, cancellando con una linea obliqua le produzioni del giornale a Milano, Torino, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Napoli e Bari.
Le motivazioni sono di carattere economico, ma immaginiamo che il primo gruppo editoriale italiano abbia deciso di riversare sul free-press le conseguenze di un calo di fatturato che investe anzitutto i quotidiani tradizionali e che finirà con il danneggiare lo sviluppo del "nuovo": on-line e free-press in prima fila. Il difetto originario è quello per cui si pensa che il calo delle vendite dei quotidiani sia associabile all’arrivo dei free-press, dimenticando, invece, che il pubblico che legge questo nuovo format non è lo stesso dei giornali tradizionali. Sono gli studenti che viaggiano sui treni, gli operai all’uscita del turno, i pensionati sulle panchine dei giardini pubblici che, in questo modo, hanno la possibilità di accedere ad una informazione secca e puntuale.
I giornalisti di City su cui è piombato come un fulmine a ciel sereno la notizia sono diciannove. Chiedono che l’azienda si faccia carico delle loro posizioni, ma soprattutto che non getti alle ortiche la professionalità accumulata in questi 11 anni di lavoro passati a disegnare un percorso nuovo d’incontro con il pubblico.
Non vorremmo che per salvare i ministeri preistorici dell’informazione venissero sacrificati i progetti che guardano al futuro. Sarebbe la morte dell’informazione. Oggi il giornalismo deve fare i conti con se stesso. Guardarsi in faccia e comprendere che non si può più considerare eterno un sistema che deve necessariamente misurarsi con le sfide del globale, della rete e del "live", senza rinunciare alla qualità dell’informazione. Questo rimane il punto. La qualità dell’informazione libera, che in questa città rischierebbe di perdere un’altra sua espressione autorevole.
Parliamoci chiaro: non è la rete la panacea di tutti i rimedi. Sul web s'incontrano esperienze di buone fattura, ma anche sistemi d’informazione mascherati da trappole per consumatori o prodotti senza una guida editoriale. Domani a Roma andrà in scena la protesta dei giornalisti di alcune testate di partito che non riescono più ad accedere al credito e si trovano in assenza di garanzie minime sulle entrate future. Forse Monti farebbe bene a non concedere più contributi pubblici a pioggia, ma a selezionare con criteri rigorosi quelle testate che incrociano l’interesse del pubblico e che magari, in certe congiunture, hanno bisogno che qualcuno li sostenga. La chiusura dei giornali, si diceva un tempo, è inversamente proporzionale al tasso di democrazia del Paese. Non vorremmo davvero iniziare ad avere paura.
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