L'ultima parola resta ai Presidenti delle Regioni, nel frattempo la protesta si scalda
Bari - Un’Assemblea di quasi due ore nei locali della mensa studentesca di Via Amendola e alla fine gli studenti dell’Università di Bari decidono di scendere in strada per occuparla per poi dirigersi verso la sede dell'Adisu. Restano ormai poche ore alla Conferenza fra Stato e Regioni, dove verrà posto all’ordine del giorno il Decreto ideato dal Ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo: “Determinazione dei livelli essenziali e requisiti di eleggibilità delle prestazioni per il diritto allo studio universitario”.
Quasi un atto di forza. Mentre tutti erano distratti ad osservare le scaramucce elettorali, Profumo con un colpo di mano ha annunciato che dal nuovo anno al sud chi potrà accedere alle borse di studio dovrà avere un reddito inferiore ai 14.300 euro, al centro inferiore ai 17.150 euro e al nord invece inferiore ai 20.000.
A prima vista potrebbe sembrare una discriminazione. Ma a guardar bene si è forse tenuto conto del divario economico fra nord e sud. Consultando le statistiche ISTAT pubblicate lo scorso 6 febbraio, i redditi delle famiglie crescono del 2,7% e si attestano al nord sui 20.800 euro per abitante - sia nel Nord-ovest che nel Nord-est – al Centro sui 19.300 euro, mentre al sud scende sui 13.400 (il 25,5% in meno della media nazionale).
Fermo restando che saranno comunque molti gli studenti esonerati dalla classifica dei borsisti, il Ministro non ha evidentemente considerato tutta una serie di casi perticolari ed effetti a catena che potrebbero ulteriormente pesare sul Mezzogiorno. Come l'esodo degli studenti nelle università del nord, ad esempio, e la difficoltà delle famiglie a sostenere eventuali spese accessorie. O ancora, la rinuncia agli studi da parte di studenti con un reddito anche di poco superiore alle soglie stabilite.
Le possibilità di bloccare il decreto sono residue. Già i componenti del CNSU, Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, hanno quasi unitamente disertato per protesta, non permettendo all'organo di raggiungere il numero legale per esprimere un parere che, se pur obbligatorio, non sarebbe stato vincolante.
Agli studenti non resta dunque che protestare e sperare nell’appoggio dei Presidenti delle Regioni. Per quel che riguarda la Puglia, già l’Assessore per il Diritto allo Studio, Alba Sasso, si è espressa contro il decreto: “L'allarme è fondato. Condivido le preoccupazioni delle studentesse e degli studenti. Inoltre, quest'idea delle fasce differenziate rischia di creare un esodo forzoso verso le Università del Nord. Ho già espresso un parere negativo, come Regione Puglia, sul testo del decreto nella riunione del 30 gennaio della IX commissione delle Regioni, parere che confermerò se il testo rimane così. Non mi sembra il momento di ridurre investimenti per il sapere, in presenza di una diminuzione del numero dei laureati e degli immatricolati. E soprattutto non mi sembra che un argomento così importante e sul quale c’è bisogno di condivisione e di ulteriore analisi possa essere portato in conferenza Stato-Regioni da un governo che dovrebbe limitarsi all’ordinaria amministrazione”.
L’appoggio arriva anche dai Rettori delle Università di Bari e Foggia, ma potrebbe non bastare. Infatti, anche se non si raggiungesse un'intesa, il Decreto Legislativo del 28 agosto 1997, n. 281, prevede che “la Conferenza Stato - Regioni è obbligatoriamente sentita in ordine agli schemi di disegni di legge e di decreto legislativo o di regolamento del Governo nelle materie di competenza delle regioni o delle province autonome di Trento e di Bolzano, che si pronunzia entro venti giorni – ma - Quando un'intesa espressamente prevista dalla legge non è raggiunta entro trenta giorni dalla prima seduta della Conferenza Stato - Regioni in cui l'oggetto è posto all'ordine del giorno, il Consiglio dei Ministri provvede con deliberazione motivata”.
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