Scrivi CIE, leggi carcere

di Margherita De Quarto giovedì, 1 marzo 2012 ore 22:21
In Piazza Prefettura si svolge lo sciopero dei migranti e in sala Consiliare si parla di CIE, strumento inumano delle politiche d' "accoglienza"
Bari - Da CPT a CIE, e cioè da Centri di Permanenza Temporanea, dove per temporaneo s’intendeva un periodo di 60 giorni, a Centri di Identificazione ed Espulsione, dove il tempo di “accoglienza” si dilata e diventa indefinito. Sono il seme malato della nostre politiche dell’ “accoglienza”. Dalla legge Martelli, alla Turco-Napolitano, alla Bossi-Fini, pare che noi italiani non abbiamo mai saputo dove metterli e cosa farci di questi immigrati. Il risultato sono i CIE, che nella migliore delle ipotesi potevano essere delle “riserve”, atte all’accoglienza di immigrati di cui si dovesse accertare l’identità ed il permesso di soggiorno, e che, nella realtà, sono l’anticamera dell’espulsione. Veri e propri carceri. 

Un giudizio duro, ma ampiamente convalidato dai relatori del dibattito tenutosi in Sala Consiliare, dal titolo “Condannati. L’Italia dei respingimenti e la vergogna dei CIE”. Tra questi, la testimonianza e l’impegno attivo degli avvocati Luigi Paccione ed Alessio Carlucci. I due, attraverso un’azione di iniziativa popolare, sono riusciti ad ottenere il permesso di accedere al CIE di Bari. In seguito hanno stilato un atto, notificato a Ministero, Regione e Comune, nel quale denunciavano come inumani i CIE ed ingiusta la legge che ne permette l’esistenza. Il loro attivismo “nasce da considerazioni giuridiche – ci tiene a precisare Carlucci – e il mondo giuridico coglie le sue valutazioni dai fatti umani. Entrando nei CIE abbiamo percepito i cuori di queste persone, la loro incredulità di fronte ad una detenzione di cui ancora non sanno le ragioni”. 
Come sottolinea Paccione “è chiaro che nessuno nasce eguale e libero nei diritti, ma l’eguaglianza formale è un diritto inviolabile. È inammissibile, per il sentire comune, che, individui che provengano da paesi terzi, per il solo fatto di esistere, vengano detenuti”.I due, infine, invitano il Comune ad una presenza più attiva all’interno del CIE di Bari e a lavorare affinché diventi una struttura aperta, perché, come racconta l’Avv. Carlucci, “sono luoghi in cui i soggetti non dispongono della propria libertà e in cui mura altissime li dividono dal mondo esterno”. In sostanza delle carceri. 

Ma, in tale materia il Comune non ha competenza a legiferare, tantomeno la Regione. Nonostante nel 2004, attraverso una delibera, si sia dichiarato contro i CPT, questo non bastò a fermarne la nascita sul suolo barese. Questa la ricostruzione storica dell’avvocato Dario Belluccio, che continua: “all’apertura, il Centro di Bari era un gioiello rispetto agli altri, ma anche fosse stato un albergo a 4 stelle, mi farebbe ugualmente ribrezzo. Perché è inaccettabile il principio della detenzione amministrativa senza aver commesso alcun reato”. Belluccio resta imparziale e, tutto sommato, ci tiene a precisare che in campo amministrativo, in realtà, il Comune potrebbe fare molto di più. Perché il problema è che nei CIE ci vanno a finire gli immigrati che non hanno permesso di soggiorno e quelli che lo perdono. E questo può avvenire, ad esempio, perdendo il lavoro o l’abitazione.
“Si parla di vite di persone legate ad un pezzo di carta, legato a sua volta ad altri 3 o 4 pezzi di carta”. Un labirinto burocratico che il Comune potrebbe semplificare od agevolare. 

Di fronte a tali considerazioni sembra quasi che il lavoro svolto fino ad ora, per quanto carico dei migliori propositi, non si sia stato efficace. Infatti, come ci spiega l’avvocato del Comune,  Alessandra Baldi, “dopo le denunce del 2004, questo ha avviato un procedimento civile nel quale si è discusso delle violazioni dei diritti umani all’interno del CIE, che portassero, poi, a degli accertamenti di quanto vi avvenisse”. La Baldi ed il Comune lavorano, insomma, per farli diventare centri meno inumani. Per questo, viene fornita al pubblico una perizia che mette in luce lo stato del CIE di Bari.

Alla fine la questione resta nelle mani del Governo Nazionale, che a dicembre sembra aver mosso un passo. Ma aprire i CIE alla stampa, quasi fosse una visita al museo, non ci darà meno l’impressione che, come direbbe l’avv. Carlucci, “Siamo cittadini di uno Stato che ha tradito queste persone”.

Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate

   

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  • 85 babi

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  • serra antonio

    salve, vorrei sapere se nel comune di taviano nella marina di mancaversa in provincia si lecce si paga la tassa di soggiorno. grazie

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