Elezioni del rettore Uniba, i candidati d'accordo sullo sblocco del turn over

di Margherita De Quarto sabato, 8 giugno 2013 ore 11:14

Quando la docenza diventa vocazione al precariato

Assemblea ADI con i candidati al rettorato

Bari - Non sono ragazzini che si lagnano, ma donne e uomini adulti che si pongono con estrema pragmaticità un quesito: come fare a diventare docente universitario e nello stesso tempo non restare un precario fino ai quarant’anni?
Questo un po’ il problema ridotto ai minimi termini. Angelo, ad esempio, uno dei dottorandi presenti ieri all’incontro con i candidati al rettorato, ha rivolto parole taglienti ai sei (Massimo Di Rienzo era assente perché fuori dalla Puglia): “Credo che il problema stia nel fatto che voi non possiate pienamente capire la nostra condizione. Se io volessi diventare docente dovrei  diventare prima ricercatore per tre anni più tre, nel caso in cui sia fortunato, e poi aspettare di diventare associato. Una vita di precariato in cui non posso immaginare di metter su famiglia”.

Infatti, grazie alla legge Gelmini, ai precedenti step per diventare docente, se ne aggiunge uno: da dottorando si passa per ricercatore di fascia A (3 anni) e poi ricercatore di fascia B (3 anni), poi si diventa associati ed infine docenti. Ma il tempo che intercorre fra ricercatore di fascia B e il ruolo da associato è un’incognita. Inoltre diventare ricercatore di fascia A non è un percorso di facile raggiungimento. A Bari infatti ce ne sono solo una ventina, come sottolinea il prof. Paolo Spinelli, due sono del suo dipartimento (fisica).

Una via meno ardua sarebbe quella di riuscire ad accedere ad un assegno di ricerca, valido da uno a tre anni, per poi reimmettersi nel sistema della ricerca partendo sempre dalla fascia A. Una via crucis insomma. Senza contare che come tutti hanno sottolineato, professor Augusto Garuccio in primis, molti dottorandi erano in passato chiamati a far ricerca senza uno stipendio. Almeno il 50%. Garuccio giustifica in questo modo il calo delle borse di studio per i dottorati che c’è stato negli ultimi anni: “Le borse di studio sono diminuite perché volevamo fare in modo che quelle esistenti fossero tutte coperte. Questo per evitare che andaste a bussare alle porte della Regione per elemosinare delle integrazioni. Se non vogliamo tornare indietro dobbiamo fare in modo che non ci siano più dottorandi senza borsa di studio”.

Eppure il contributo della Regione in questo settore sembra essere irrinunciabile. Antonio Uricchio, oltre a mettere in evidenza che molti sono i dottorandi che alla fine del loro percorso hanno trovato uno sbocco lavorativo nell’amministrazione pubblica regionale, si augura che la Regione porti fino in fondo il progetto “future and reserce” che, a detta del professore, dovrebbe assicurare 200 posti a tempo indeterminato alla ricerca.

La professoressa Gabriella Serio invece focalizza l’attenzione sul turn over e sui punti organico, e cioè: “Molti dei professori che vanno in pensione – spiega la docente - lo fanno dopo aver raggiunto il culmine della propria carriera. Il rientro in termini economici che ogni pensionamento comporta all’Università, potrebbe essere utilizzato per creare un ricambio certamente superiore al rapporto di uno ad uno – e conclude – Dobbiamo parlare con chiarezza ed avere il coraggio di dirci anche queste cose”.

Ma se da un lato c’è chi avalla le posizioni dello sblocco del turn over, dall’altra c’è chi da una spiegazione a questo fenomeno. La professoressa Luigia Sabbatini racconta quanto siano stati irragionevoli e incontrollati gli iniziali fondi stanziati per i dottorati di ricerca, non indirizzati verso una crescita programmatica. Si è vissuto per troppo tempo al di sopra delle proprie possibilità. Così, chiaramente, è poi arrivato il tempo della razionalizzazione, di sottoporre il sistema ad una cura dimagrante, come la definisce la professoressa: “Ora però si sta esagerando. La cura dimagrante sta diventando un regime alimentare per anoressici e questo non va bene – e continua – Non sono d’accordo con chi dica che noi non vi capiamo. Io ho aspettato 7 anni per il mio dottorato. Il vero problema della vostra generazione è che a differenza della mia, non si vede la luce alla fine del tunnel”.

Stefano Bronzini, infine, si mostra d’accordo su tutte le rivendicazioni dei dottorandi, ma ci tiene a precisare che: “i fondi si devono chiedere solo se si ha un buon motivo per farlo”, indi per cui è necessario capire se davvero ci sia una connessione fra il dottorato e quello che i dottorandi andranno poi a fare.

Tutti d’accordo, dunque, sul ruolo fondamentale dei dottorandi e dei ricercatori, ma il rischio è che temporeggiando ancora si eroda pian piano il ricambio, fino ad eliminarlo completamente. I professori andranno in pensione e a sostituirli non ci sarà nessuno, nessun ricercatore che diventi associato e poi professore ordinario. A quel punto le soluzioni potrebbero esser due: prendere docenti in prestito dall’estero, ma come sottolinea il professor Spinelli, sarebbe molto più costoso, e “non ce lo potremmo permettere”, oppure chiudere l’Università pubblica. 

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